Un figlio dopo molti mesi torna a casa dall’università per un solo
weekend e il padre gli chiede:
- Allora, come vanno le cose?
- Bene. – risponde il ragazzo.
- Com’è il vitto?
- Buono.
- E il dormitorio?
- Buono.
Allora il padre insiste:
- So che lì da te c’è una squadra di calcio molto agguerrita? Come sta
andando il campionato quest’anno?
- Bene.
- E come procedono i tuoi studi?
- Bene.
- Hai deciso quale sarà il soggetto della tua tesi di laurea?
- Si.
- Allora, dimmi, quale sarà???
- Comunicazione…

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“Sono passati cinque anni dalla canonizzazione di San Josemaría, fondatore dell’Opus Dei. Ricordo ancora quel 6 ottobre del 2002 quando Giovanni Paolo II proclamava la santità del fondatore dell’Opus Dei in un’affollatissima Piazza San Pietro, brulicante di persone provenienti da tutto il mondo”; racconta mons. Echevarría, Prelato dell’Opus Dei.

15 ottobre 2007

Repubblica

In quei giorni il Santo Padre definì San Josemaría il santo dell’ordinario, sintetizzando il nucleo dei suoi insegnamenti: le cose della vita di tutti i giorni sono la strada che conduce in Cielo.

San Josemaría diceva: «C’è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire». Una fabbrica, un ufficio, le pareti domestiche, tutto può divenire lo scenario di un dialogo fra Dio e l’uomo, fra il Creatore e la creatura. Fondere la vita di fede con quella ordinaria è una questione di amore che si riflette nelle relazioni interpersonali: quando si nutre un vero amore per Dio, si sente l’esigenza di impregnare con il balsamo della carità i rapporti familiari, sociali, e professionali.

Oggi, in un mondo in cui sono crollate le vecchie ideologie e dove sono sotto gli occhi di tutti le conseguenze negative delle azioni ispirate dalla logica del potere, questo ideale di carità cristiana è di straordinaria attualità. Vivere la carità nella vita di tutti i giorni, dice San Josemaría, richiede «cuore grande, sentire le preoccupazioni di quelli che ci circondano, saper perdonare e comprendere, sacrificarsi in unione a Gesù Cristo per tutte le anime». La carità è l’opzione fondamentale della vita del cristiano, come ha scritto Benedetto XVI nella Deus caritas est.

In questo quinto anniversario della canonizzazione di San Josemaría il mio pensiero va a tanti fedeli e cooperatori della Prelatura dell’Opus Dei i quali, assieme ad amici e colleghi, spendono la propria vita in iniziative sociali e assistenziali di profonda radice cristiana, in molti Paesi dei cinque continenti. Queste iniziative nascono dagli insegnamenti di San Josemaría che sempre incoraggiò i suoi figli a compiere opere di evangelizzazione e di promozione umana in favore dei più poveri, come ebbe a ricordare Giovanni Paolo II nel suo discorso il giorno successivo alla canonizzazione.

Eppure, la carità cristiana non si limita ad essere esercitata solo in attività di tipo assistenziale. La carità è qualcosa che deve essere vissuta personalmente, ciascuno nella sua situazione, in famiglia, con i colleghi di lavoro e nelle amicizie. Per il cristiano, la carità è amare gli altri nella vita quotidiana con manifestazioni visibili. San Josemaría affermava che l’evangelizzazione è un compito proprio di persone con il cuore grande e le braccia spalancate.

In questi tempi di conflitti nelle famiglie, nella società e tra le nazioni è urgente sottolineare che mettere in pratica la carità significa, in gran misura, offrire e accettare il perdono. Il perdono e la comprensione sono la base per costruire la pace: per mantenere unita la famiglia, per favorire la coesione sociale, per illuminare le relazioni internazionali.

Il Concilio Vaticano II ha indicato nel divorzio fra la fede e la vita quotidiana uno dei più grandi mali del mondo moderno (cfr. Gaudium et spes, 43). Cinque anni dopo la canonizzazione di San Josemaría, il santo dell’ordinario, supplico Dio affinché, con la sua intercessione, aiuti in modo speciale noi cristiani a unire nella nostra anima l’amore di Dio all’amore verso tutti gli uomini, per costruire un mondo migliore.

Mons. Javier Echevarría

Prelato dell’Opus Dei

Avvenire, 09.10.2007

DI ALESSANDRA TURCHETTI

Il riconoscimento assegnato ieri allo scienziato Mario Capecchi, insieme ai colleghi Oliver Smithies e Martin J. Evans, ha sparso entusiasmo nel mondo italiano della ricerca scientifica. La legittima gioia non impedisce di porsi alcune domande sul contributo delle ricerche di Capecchi e dei suoi due colleghi, domande che Augusto Pessina, microbiologo all’Università degli Studi di Milano e presidente dell’Associazione italiana di colture cellulari, accetta di chiarire.

Professore, come accogliere questo risultato?

«Direi che dobbiamo esserne veramente lieti. Vedo con favore il riconoscimento del lavoro di questi tre grandi nomi, che hanno operato in sinergia nel raggiungere obiettivi rilevanti. Smithies, ad esempio, è l’inventore dell’elettroforesi su gel, la tecnica diffusa ormai da decenni in tutti i laboratori per analizzare le proteine. Il contributo che hanno dato è stato fondamentale».

In quale direzione?

«Grazie ai loro studi, si è registrato un avanzamento decisivo della ricerca in campo biologico e genetico negli ultimi trent’anni. La tecnica del cosiddetto gene targeting (letteralmente ‘geni-bersaglio’, o tecnica della modificazione mirata dei geni, ndr), che dà la possibilità di ottenere cellule con mutazioni specifiche nel loro genoma, ha consentito applicazioni illimitate in molti campi: la cancerogenesi, l’immunologia, la neurobiologia e la comprensione del processo di sviluppo dell’embrione ».

Una tecnica che costruisce ‘modelli’. Ma i risultati sono stati raggiunti su cellule embrionali…

«Sì, ma solo di topo e non di uomo. È veramente molto importante sottolinearlo: solo grazie a questo tipo di cellule è stato possibile mettere a punto la strategia della ricombinazione genetica, ossia la capacità di spegnere o attivare geni per riprodurre sull’animale molte patologie umane. È proprio questo il punto: gli embrioni utilizzati sono di topo e offrono risultati molto significativi».

Cosa intende dire?

«Che si è arrivati al Nobel lavorando esclusivamente su cellule embrionali di animale, un fronte di ricerca efficace e promettente. C’è davvero molto spazio per l’indagine su questo fronte, che dà risultati sull’uomo. Il messaggio che va colto dentro questo premio è l’incoraggiamento per noi scienziati a studiare le cellule embrionali senza toccare quelle umane, che non servono».

Eppure c’è già chi parla di invito a fare ricerca sugli embrioni umani. Teme un fraintendimento del significato scientifico di questo Nobel?

«Rilevo in effetti una certa ambiguità nella sottolineatura dell’importanza degli studi sulle staminali embrionali, come se, sullo sfondo, ci fosse il messaggio che è questa la strada della salute e del progresso. Chi vuole forzare la mano nella direzione dell’uso di embrioni umani per la ricerca non specificherà che i successi sono sui topi, un effetto mediatico pericoloso e fuorviante. E certamente non spiegherà che le cellule coinvolte non sono nemmeno vere e proprie ’staminali embrionali’».

In che senso?

«Intendo dire che è sbagliato sottolineare il carattere staminale di queste cellule per contrapporle agli esperimenti di successo condotti da anni sulle staminali adulte. Nell’eterna diatriba fra staminali adulte ed embrionali non si tratta di un punto a favore dell’embrione ».

Anche il concetto di animale transgenico può generare fraintendimenti?

«In tempi in cui si parla di ‘embrioni chimera’ occorre fare molta attenzione a non trasferire il concetto di transgenicità all’uomo. Voglio anche ricordare che, dietro i venticinque milioni di animali transgenici prodotti in questi decenni ci sono forti interessi commerciali: pensiamo solo al sistema dei brevetti. Tutto quello che serve per la scienza ed è utile all’uomo, come in questo caso, non viene mai da un atto di gratuità assoluta. Senza nulla togliere al prestigioso lavoro compiuto, il Nobel avrà comunque ripercussioni in questo senso».

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Da quando si è ammalata, due anni fa, Sylvie Menard, medico oncologo milanese, ha detto no a dolce morte e testamento biologico

«È vita e vale la pena di essere vissuta. Anche da malata».

La testimonianza di Sylvie Menard al convegno di ieri a Milano è di quelle che colpiscono l’uditorio, perché discende da una riflessione approfondita svolta da chi per il proprio lavoro credeva di «sapere tutto sul cancro» e che invece ha cambiato completamente idea sull’opportunità di ricorrere all’eutanasia quando è passata dall’altra parte della barricata.

La dottoressa Menard è capo del Dipartimento di Oncologia sperimentale della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano: «Lavoro sul cancro da 38 anni e fino a due anni e mezzo fa mi dicevo assolutamente favorevole all’eutanasia e alle direttive anticipate di trattamento. Ma da quando mi sono ammalata il mio punto di vista è cambiato completamente».

La svolta risale all’aprile 2005, quando alla dottoressa Menard viene diagnosticato un tumore del midollo osseo (un mieloma): «Dappertutto trovate scritto che è inguaribile. Ma inguaribile non vuol dire incurabile. Come ogni malato, ho l’aspettativa che le cure diventino migliori di giorno in giorno». «Ora – aggiunge la dottoressa – sono del tutto contraria a eutanasia e testamento biologico». L’eutanasia rappresenta infatti «un fallimento del sistema sanitario e di tutta la società. Il desiderio del malato non è morire, ma evitare di soffrire e di diventare un peso per la famiglia e la società». Ma da un punto di vista di esperienza personale Sylvie Menard confessa il proprio radicale cambiamento: «Ci si domanda: perché devo finire prima? Anche se non di qualità estrema, è sempre vita e vale la pena di essere vissuta».

L’obiettivo allora deve diventare un altro: «Rendere possibile alla famiglia lo stare vicino al proprio congiunto malato senza dover sopportare gli oneri dell’assistenza, che possono essere molto pesanti, deve diventare uno degli obiettivi del nostro sistema sanitario». Viceversa una legge che autorizzasse l’eutanasia, sembra ora alla dottoressa Menard «un modo di bypassare i compiti della società e i doveri del sistema sanitario. Di fronte a un paziente immobilizzato a letto, completamente dipendente dai familiari, dobbiamo stare attenti a non cercare scorciatoie». Scorciatoie che in un Paese come l’Italia, «dove il sistema sanitario presenta eccellenze ma anche carenze, non sappiamo dove ci porterebbero», aggiunge la Menard.

Che riporta anche l’attenzione sulla incongruità delle direttive anticipate, come la sua stessa esperienza dimostra: «Non si possono fare da sani, perché la morte qualcosa di astratto, quando ti ammali la prospettiva cambia e io oggi troverei uno scopo anche se costretta a letto».

Un’altra testimonianza toccante è venuta ieri dalla signora Angela Codonesu, che lavora all’Istituto dei tumori di Milano, ma che quattro anni fa si è scoperta malata: «Sono stata operata, poi il tumore si è ripresentato, ho rifatto le terapie e ora sono in attesa di un altro intervento». Da paziente rivendica con forza il diritto a essere curata: «È inutile girarci intorno, il malato spera sempre di guarire, anche quandoun’illusione». E aggiunge: «Rabbrividisco all’idea che l’eutanasia del malato oncologico possa essere vista come esigenza sociale. Che differenza ci sarebbe rispetto ad Auschwitz?». Quello che più conta, conclude, «è accompagnare sempre i pazienti, sin dal momento della prima diagnosi».
(En.Ne.)

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FAMIGLIA E VITA

Riprendiamo un articolo firmato da Marina Casini, giurista dell’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma, che da un punto di vista tecnico-giuridico analizza e respinge la sentenza del Tribunale di Cagliari a favore della diagnosi genetica preimpianto di un embrione congelato di una coppia di portatori sani di talassemia. Per l’autrice, “allo Stato totalitario si sta sostituendo l’«io totalitario»”; come il primo anche il secondo è capace di mietere vittime inermi e indifese frantumando l’idea di Stato di diritto”.

Marina Casini, dell’Istituto di bioetica dell’Università cattolica, spiega in linguaggio giuridico i motivi per i quali la sentenza del Tribunale di Cagliari che ha detto si alla diagnosi preimpianto ha scavalcato – e non applicato – la legge.

E’ una memoria presentata da Scienza&Vita e redatta da Marina Casini, giurista dell’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma. E’ affrontato il cuore tecnico-giuridico della sentenza con la quale il Tribunale di Cagliari ha la scorsa settimana disposto la diagnosi preimpianto di un embrione congelato affinché sia stabilito il suo grado di salute. Una sentenza che ha fatto molto discutere per il suo sostanziale scavalcamento rispetto al testo di legge e alle linee guida.

La sentenza del Tribunale di Cagliari che dichiara “fondata”, “meritevole di accoglimento” e “praticabile”, “anche con riferimento al quadro normativo introdotto con la legge 19 febbraio 2004 n. 40″, la diagnosi genetica pre-impianto (Dgpi) sugli embrioni venuti all’esistenza con le tecniche di procreazione artificiale, è l’ultimo tentativo in ordine cronologico di demolire la legge 40 nella sua parte più significativa.

E’ ad un tempo preoccupante e sorprendente che ciò avvenga per mano di un giudice, chiamato a rispettare la legge (non a scavalcarla!) e a tenere conto delle decisioni del supremo giudice delle leggi, la Corte Costituzionale. Un’attenta lettura della legge ed una sua seria interpretazione alla luce dell’impianto normativo, mostra – invece – il contrario: la legge 40 vieta la Dgpi, anche se non la menziona espressamente. La diagnosi genetica preimpianto ha lo scopo esclusivo di eliminare in modo sistematico e programmato numerosi embrioni ritenuti affetti da anomalie, accettando il rischio grave di eliminare embrioni “sani” e, addirittura, di arrecare danni – che altrimenti non ci sarebbero stati – agli embrioni: dunque contrasta fortemente con la legge 40 il cui cardine fondamentale è il principio che ogni embrione generato in provetta deve essere destinato alla nascita.

Già l’art. 1, qualificandolo soggetto titolare di diritti, suppone, evidentemente, il suo diritto alla vita. Ne sono conferma l’ irrevocabilità della domanda di applicare la Procreazione medicalmente assistita una volta avvenuta la fecondazione (art. 6, comma 3); l’obbligo di trasferire immediatamente gli embrioni generati che, comunque, non devono essere in numero superiore a tre (art. 14, comma 3); Il divieto di sperimentazione che non sia diretta a preservare la salute e lo sviluppo (dunque la nascita) dell’embrione stesso (artt. 13, commi 1 e 2); il divieto di selezione a scopo eugenetico (art. 13, comma 3 lettera b); la norma di chiusura dell’art. 14, comma 1 che vieta la soppressione dell’embrione e che renderebbe comunque penalmente punibile l’eliminazione dell’embrione “malato” o ritenuto tale.

Sono pertanto erronee le affermazioni contenute nella sentenza secondo cui l’art. 14, comma 5, affermando che “I soggetti di cui all’articolo 5 sono informati sul numero e, su loro richiesta, sullo stato di salute degli embrioni prodotti e da trasferire nell’utero”, ammetterebbe la Dgpi. Essa, infatti, non è l’unico modo di ottenere notizie sulla salute dell’embrione; anche la semplice osservazione microscopica non invasiva fornisce informazioni. Questo è, infatti, quanto ribadiscono le linee guida: “Ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro … dovrà essere di tipo osservazionale”. A differenza di quanto ritiene il giudice cagliaritano, dunque, le linee guida non mostrano affatto “l’inesistenza nel sistema della legge, di un divieto riguardante la Dgpi quando richiesta ai sensi del 5° comma dell’art. 14″, viceversa ne confermano il divieto già ampiamente ricavabile nella legge stessa. Nella stessa direzione depone una sentenza del Tar-Lazio (maggio 2005) in cui si afferma la preclusione della Dgpi sulla base del divieto di selezione a scopo eugenetico (art. 13/3, lettera b).

Quanto agli aspetti costituzionali, il Tribunale ignora che la pronuncia con cui la Consulta aveva dichiarato l’inammissibilità dell’impugnativa (ordinanza n. 369 del 9 novembre 2006) in ordine al divieto di Dgpi, è sostenuta da una motivazione decisamente meno neutra di quanto la formula finale farebbe pensare. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale di Cagliari a favore del divieto di Dgpi militano fondamentali ragioni costituzionali. Il legislatore ha dimostrato coerenza con quanto la Corte ha più volte affermato circa l’obbligo di tutela della vita umana anche prima della nascita. In particolare, la sentenza 35/97 ha chiarito il suo giudizio di una crescita di attenzione al diritto alla vita del concepito anche a livello internazionale, citando la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo – esecutiva anche in Italia – nel cui preambolo si ricorda che “il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica ed intellettuale, necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale adeguata, sia prima che dopo la nascita”.

Del tutto fuori luogo è poi il tentativo di assimilare il regime della procreazione artificiale alla disciplina sull’interruzione della gravidanza (L. 22 maggio 1978, n. 194), richiamando l’argomento del “bilanciamento dei diritti e degli interessi” tra madre e figlio. Infatti se nel secondo caso il “bilanciamento” non può che scattare a concepimento avvenuto e verosimilmente non desiderato; nel primo, viceversa, è doveroso effettuare il “bilanciamento” prima del concepimento poiché questo è inevitabilmente voluto, programmato e concordato. Perciò, nella Pma rispetto all’aborto volontario, la pretesa di dominio della vita umana è più grave e intensa se si ammettesse la logica del l’eliminazione del figlio malato. Le forzature per edulcorare il criterio selettivo intrinseco alla Dgpi si spingono fino a prospettare un’analogia con la diagnosi prenatale. Ora, chiarite le modalità e le implicazioni della Dgpi, non dovrebbe essere ben comprensibile la differenza sostanziale rispetto alla diagnosi in gravidanza.

Insomma, duole dirlo: allo Stato totalitario si sta sostituendo l’”io totalitario”; come il primo anche il secondo è capace di mietere vittime inermi e indifese frantumando l’idea di Stato di diritto. La sentenza di Cagliari chiede di meditare a fondo sul senso della giustizia, della democrazia e del diritto, se davvero ci sta a cuore il volto umano della società.

La Repubblica, 16.09.2007Il professore che lo curava parla per la prima volta dopo la morte di Giovanni Paolo II. “Le cure non furono mai interrotte”

Buzzonetti, il suo medico: nessuna eutanasia, assistito sino alla fine

“La frase: ‘lasciatemi andare al Signore’ era solo una forma di preghiera ascetica”

ORAZIO LA ROCCA

CITTÀ DEL VATICANO – «Papa Giovanni Paolo II è stato assistito fino all’ultimo istante della sua vita, quando alle 21,37 del 2 aprile 2005 spirò. E’ vero che prima aveva detto ai medici ‘Lasciatemi andare dal Signore’. Ma quella fu una frase ascetica, una altissima forma di preghiera finale di un uomo che stava soffrendo tanto e che sentiva il forte desiderio di voler avvicinarsi al Padre Celeste. Non fu, certamente, una manifestazione di rinunzia o una forma di resa anticipata alla vita. E tantomeno un invito rivolto ai medici curanti a staccare la spina o a interrompere l’assistenza, quasi una indiretta scelta di eutanasia come qualcuno vorrebbe adombrare. Chi pensa questo, sbaglia».

Dopo circa 2 anni e mezzo dalla morte di papa Wojtyla, rompe il silenzio il professor Renato Buzzonetti (archiatra pontificio), medico personale di Giovanni Paolo II fin dal 1978 ed ora responsabile della salute di Benedetto XVI. Lo fa per controbattere – puntualizza – quelle voci che si sono recentemente levate per avanzare dubbi e sospetti intorno agli ultimi istanti di vita di Karol Wojtyla.

Professor Buzzonetti, papa Ratzinger giovedì scorso, attraverso un nuovo intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha ribadito che un ammalato in coma vegetativo permanente deve essere sempre alimentato con cibo ed acqua, anche con l’aiuto di una macchina. Giovanni Paolo II disse, invece, di volersene andare e fu accontentato. Non è un controsenso?

«Assolutamente no. Quella frase, ‘Lasciatemi andare dal Padre’, fu un atto di preghiera altissima, di profondo ascetismo, un esempio originale e quasi unico di attaccamento alla fede di Dio Padre e, nello stesso, tempo, alla vita, che Giovanni Paolo II ha amato profondamente fino all’ultimo istante».

Eppure dopo quella frase pronunziata verso le 15,30 del 2 aprile 2005, le cure furono interrotte e dopo qualche ora il Papa morì. Perché la volontà di Giovanni Paolo II fu rispettata e per altri pazienti nelle stesse condizioni non si potrebbe fare altrettanto?

«Non è vero che le cure al Santo Padre furono interrotte. La sua è stata una lunga Passione. Quando il 30 marzo si affacciò per l’ultima volta alla sua finestra non riuscì nemmeno a parlare. Ma non si arrese. Da quel giorno fu sottoposto a nutrizione enterale mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico, perché non era più nelle condizioni di nutrirsi per via orale. La fleboclisi gli è stata applicata e assicurata fino alla fine, senza nessuna interruzione. Quando giovedì 31 marzo accusò un gravissimo shock settico con collasso cardiocircolatorio a causa di una infezione delle vie urinaria, fu sottoposto a tutti gli appropriati provvedimenti terapeutici e di assistenza cardiorespiraroria».

Perché non fu riportato in ospedale?

«Glielo chiese espressamente il segretario, monsignor Stanislao Dziwisz. Ma il Santo Padre volle restare in Vaticano dove poteva comunque contare sempre su una ininterrotta e qualificata assistenza medico-specialistica, 24 ore su 24, con personale altamente specializzato».

E poi, nel pomeriggio del 2 aprile, pronunziò quella frase…

«Sì, lo confidò con un filo di voce in polacco a suor Tobiana mentre lo stava accudendo vicino al letto. Quando la suora uscì dalla stanza ci disse che il Papa le aveva detto di «voler essere lasciato andare dal Signore». Ripeto, fu un invito mistico, una altissima preghiera recitata da un uomo che sentiva che ormai stava per completare la sua avventura terrena. Ma non fu mai lasciato solo, senza presidi e senza assistenza, come qualcuno erroneamente vorrebbe insinuare. Fu per tutti noi che gli stavamo vicini una ennesima grande lezione di vita. Una preghiera recitata fino alla fine, con un debolissimo filo di voce, impercettibile, sussurrata, ma profonda. La preghiera di un santo che ha amato la vita fino a quando il buon Dio lo ha chiamato a sé».

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Avvenire, 21.09.2007GIORNATA MONDIALE

Il cardinale Pell: tutto il resto viene dopo

Giovani, a Sydney per rafforzare la fede

Dal Nostro Inviato A Sydney Nello Scavo

La salvaguardia del creato, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la pace, la giustizia sociale, la difesa dei diritti umani. Sarà anche questo la Giornata mondiale della Gioventù. «Ma senza conversione, senza lo sguardo puntato a Cristo, nessun altro tema avrebbe senso». Il cardinale George Pell, 66 anni, non parla obliquo e non fa sconti. Ai giovani di Sydney il loro arcivescovo piace anche per questo. «La Gmg sarà prima di tutto un incontro cattolico – dice il primate d’Australia – il resto non è che la naturale conseguenza proprio dell’essere cattolici».

Eminenza, la vostra Chiesa ha circa due secoli di storia. È la prima volta che il raduno mondiale con il Papa viene organizzato da una comunità così giovane. Come vi state preparando?

Personalmente più che gli aspetti organizzativi – per quelli c’è uno staff davvero efficiente – a me interessa la preparazione spirituale. La Gmg, ripeto, è un evento spirituale e ciò ci aiuta a essere aperti agli altri. Quando si parla di ecumenismo, ad esempio, bisogna ricordare che essere cattolici entusiasti vuol dire anche essere entusiasti nel dialogo, nell’incontro con l’altro. Tanto è vero che la Gmg è un evento aperto a tutti e che il Papa, quando sarà a Sydney, incontrerà anche gli altri leader religiosi.

Il tema voluto da Benedetto XVI per la Gmg di Sydney è «Avrete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni». Che cosa significa per chi organizza l’appuntamento del 2008?

Vuol dire che dobbiamo chiamare i giovani a seguire Cristo, e la loro conversione li guiderà anche nelle scelte della vita quotidiana: per il matrimonio, per la famiglia, la morale sessuale, i temi riguardanti la bioetica, la clonazione, la giustizia sociale, l’aiuto ai poveri, la pace e molte altre cose. Sono tutte questioni importanti, ma senza conversione sarebbe come mettere il cavallo dietro alla carrozza: non si va da nessuna parte. Al contrario prima bisogna scegliere Cristo, tutto il resto non sarà che il frutto di questa scelta. Qui da noi avverrà come in Germania per la Gmg di Colonia 2005: la religione tornerà al centro della vita, almeno per qualche settimana.

Lei spesso parla di «diversità australiana». A che cosa si riferisce?

Penso soprattutto alla cultura. Faccio un esempio: in Italia la cultura è radicalmente cattolica, certo ci sono anche i non cattolici, ma ci sono anche gli atei-cristiani com’è stata Oriana Fallaci. In Australia, invece, la cultura cattolica non è così radicata e diffusa, per questa ragione la Gmg sarà una opportunità di rinnovamento e impulso per tutta la nostra Chiesa. Questo è quello che noi chiediamo ai giovani pellegrini che verranno a Sydney, di incoraggiarci.

E voi cosa avete da dare a chi verrà in pellegrinaggio?

La nostra è una terra di pace. Ricca di una natura bellissima e piena di energia. Tra noi ci sono molti giovani e tra questi tanti sono veri testimoni. Quello che l’Australia può offrire è un sincero messaggio di speranza.

Cardinale Pell, due giorni fa è stata respinta una proposta di censura contro di lei (il porporato era accusato di avere «disprezzato il Parlamento», ndr), in seguito alla sua esplicita disapprovazione di una proposta di legge sulla clonazione. Come interpreta questi attacchi?

Penso che alla fine sia stata una vittoria della libertà religiosa. Gli uomini di fede devono potersi esprimere. Testimoniare il punto di vista cristiano non è una offesa per nessuno. Al di la della mozione contro di me, questi episodi dimostrano che sui temi etici anche qui in Australia c’è un confronto reale.

Vi è però una ferita non ancora sanata: il rapporto spesso difficile con le comunità aborigene. Pensa che la Gmg possa propiziare un percorso di riconciliazione?

La Chiesa non si stanca mai di lavorare in questa direzione. Abbiamo tante comunità aborigene cattoliche e insieme a loro stiamo costruendo un futuro basato proprio sulla riconciliazione. Lo dimostra l’entusiasmo con cui le popolazioni aborigene stanno acc ompagnando la Croce e l’Icona della Gmg. Essi invitano i giovani cattolici nelle loro terre, perché li considerano loro amici. Papa Giovanni Paolo II si era rivolto loro, li aveva incontrati: non lo hanno dimenticato.

Durante la Giornata mondiale, sono previsti alcuni momenti liturgici in latino. Trattandosi di giovani, non le sembra una scelta “fuori moda”?

No, affatto. Su questo concordo totalmente con papa Benedetto XVI. La Messa in latino non è un passo indietro rispetto alle riforme del Concilio Vaticano II. Il Santo Padre insiste sulla continuità tra la “vecchia” Chiesa e la Chiesa di oggi: lui ripete spesso che non c’è stata una rottura tra il presente, il futuro e il tempo del Concilio, e io concordo pienamente con lui. Anche durante la Gmg di Colonia ho celebrato i vespri secondo l’antico rito latino, semmai in un contesto internazionale e multiculturale come sono le Giornate mondiali questo è un segno di apertura della Chiesa.

Se dovesse rivolgere un appello per la Gmg 2008, quali parole userebbe?

Il mio è un invito spirituale: chiedo ai giovani del mondo di venirci a trovare in questa nostra bellissima terra, dove si può ammirare la bellezza del creato. Noi cristiani siamo ben consapevoli che questa generazione non ha il diritto di dissipare quello che appartiene alle generazioni future. Perciò chiedo loro di venirci a trovare per aiutarci a diffondere il messaggio cristiano tra i giovani australiani. Chiedo loro di venire a Sydney perché possano rinvigorire la fede. La nostra e la loro.

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