Avvenire, 09.10.2007
DI ALESSANDRA TURCHETTI
Il riconoscimento assegnato ieri allo scienziato Mario Capecchi, insieme ai colleghi Oliver Smithies e Martin J. Evans, ha sparso entusiasmo nel mondo italiano della ricerca scientifica. La legittima gioia non impedisce di porsi alcune domande sul contributo delle ricerche di Capecchi e dei suoi due colleghi, domande che Augusto Pessina, microbiologo all’Università degli Studi di Milano e presidente dell’Associazione italiana di colture cellulari, accetta di chiarire.
Professore, come accogliere questo risultato?
«Direi che dobbiamo esserne veramente lieti. Vedo con favore il riconoscimento del lavoro di questi tre grandi nomi, che hanno operato in sinergia nel raggiungere obiettivi rilevanti. Smithies, ad esempio, è l’inventore dell’elettroforesi su gel, la tecnica diffusa ormai da decenni in tutti i laboratori per analizzare le proteine. Il contributo che hanno dato è stato fondamentale».
In quale direzione?
«Grazie ai loro studi, si è registrato un avanzamento decisivo della ricerca in campo biologico e genetico negli ultimi trent’anni. La tecnica del cosiddetto gene targeting (letteralmente ‘geni-bersaglio’, o tecnica della modificazione mirata dei geni, ndr), che dà la possibilità di ottenere cellule con mutazioni specifiche nel loro genoma, ha consentito applicazioni illimitate in molti campi: la cancerogenesi, l’immunologia, la neurobiologia e la comprensione del processo di sviluppo dell’embrione ».
Una tecnica che costruisce ‘modelli’. Ma i risultati sono stati raggiunti su cellule embrionali…
«Sì, ma solo di topo e non di uomo. È veramente molto importante sottolinearlo: solo grazie a questo tipo di cellule è stato possibile mettere a punto la strategia della ricombinazione genetica, ossia la capacità di spegnere o attivare geni per riprodurre sull’animale molte patologie umane. È proprio questo il punto: gli embrioni utilizzati sono di topo e offrono risultati molto significativi».
Cosa intende dire?
«Che si è arrivati al Nobel lavorando esclusivamente su cellule embrionali di animale, un fronte di ricerca efficace e promettente. C’è davvero molto spazio per l’indagine su questo fronte, che dà risultati sull’uomo. Il messaggio che va colto dentro questo premio è l’incoraggiamento per noi scienziati a studiare le cellule embrionali senza toccare quelle umane, che non servono».
Eppure c’è già chi parla di invito a fare ricerca sugli embrioni umani. Teme un fraintendimento del significato scientifico di questo Nobel?
«Rilevo in effetti una certa ambiguità nella sottolineatura dell’importanza degli studi sulle staminali embrionali, come se, sullo sfondo, ci fosse il messaggio che è questa la strada della salute e del progresso. Chi vuole forzare la mano nella direzione dell’uso di embrioni umani per la ricerca non specificherà che i successi sono sui topi, un effetto mediatico pericoloso e fuorviante. E certamente non spiegherà che le cellule coinvolte non sono nemmeno vere e proprie ’staminali embrionali’».
In che senso?
«Intendo dire che è sbagliato sottolineare il carattere staminale di queste cellule per contrapporle agli esperimenti di successo condotti da anni sulle staminali adulte. Nell’eterna diatriba fra staminali adulte ed embrionali non si tratta di un punto a favore dell’embrione ».
Anche il concetto di animale transgenico può generare fraintendimenti?
«In tempi in cui si parla di ‘embrioni chimera’ occorre fare molta attenzione a non trasferire il concetto di transgenicità all’uomo. Voglio anche ricordare che, dietro i venticinque milioni di animali transgenici prodotti in questi decenni ci sono forti interessi commerciali: pensiamo solo al sistema dei brevetti. Tutto quello che serve per la scienza ed è utile all’uomo, come in questo caso, non viene mai da un atto di gratuità assoluta. Senza nulla togliere al prestigioso lavoro compiuto, il Nobel avrà comunque ripercussioni in questo senso».
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