Da quando si è ammalata, due anni fa, Sylvie Menard, medico oncologo milanese, ha detto no a dolce morte e testamento biologico

«È vita e vale la pena di essere vissuta. Anche da malata».

La testimonianza di Sylvie Menard al convegno di ieri a Milano è di quelle che colpiscono l’uditorio, perché discende da una riflessione approfondita svolta da chi per il proprio lavoro credeva di «sapere tutto sul cancro» e che invece ha cambiato completamente idea sull’opportunità di ricorrere all’eutanasia quando è passata dall’altra parte della barricata.

La dottoressa Menard è capo del Dipartimento di Oncologia sperimentale della Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano: «Lavoro sul cancro da 38 anni e fino a due anni e mezzo fa mi dicevo assolutamente favorevole all’eutanasia e alle direttive anticipate di trattamento. Ma da quando mi sono ammalata il mio punto di vista è cambiato completamente».

La svolta risale all’aprile 2005, quando alla dottoressa Menard viene diagnosticato un tumore del midollo osseo (un mieloma): «Dappertutto trovate scritto che è inguaribile. Ma inguaribile non vuol dire incurabile. Come ogni malato, ho l’aspettativa che le cure diventino migliori di giorno in giorno». «Ora – aggiunge la dottoressa – sono del tutto contraria a eutanasia e testamento biologico». L’eutanasia rappresenta infatti «un fallimento del sistema sanitario e di tutta la società. Il desiderio del malato non è morire, ma evitare di soffrire e di diventare un peso per la famiglia e la società». Ma da un punto di vista di esperienza personale Sylvie Menard confessa il proprio radicale cambiamento: «Ci si domanda: perché devo finire prima? Anche se non di qualità estrema, è sempre vita e vale la pena di essere vissuta».

L’obiettivo allora deve diventare un altro: «Rendere possibile alla famiglia lo stare vicino al proprio congiunto malato senza dover sopportare gli oneri dell’assistenza, che possono essere molto pesanti, deve diventare uno degli obiettivi del nostro sistema sanitario». Viceversa una legge che autorizzasse l’eutanasia, sembra ora alla dottoressa Menard «un modo di bypassare i compiti della società e i doveri del sistema sanitario. Di fronte a un paziente immobilizzato a letto, completamente dipendente dai familiari, dobbiamo stare attenti a non cercare scorciatoie». Scorciatoie che in un Paese come l’Italia, «dove il sistema sanitario presenta eccellenze ma anche carenze, non sappiamo dove ci porterebbero», aggiunge la Menard.

Che riporta anche l’attenzione sulla incongruità delle direttive anticipate, come la sua stessa esperienza dimostra: «Non si possono fare da sani, perché la morte qualcosa di astratto, quando ti ammali la prospettiva cambia e io oggi troverei uno scopo anche se costretta a letto».

Un’altra testimonianza toccante è venuta ieri dalla signora Angela Codonesu, che lavora all’Istituto dei tumori di Milano, ma che quattro anni fa si è scoperta malata: «Sono stata operata, poi il tumore si è ripresentato, ho rifatto le terapie e ora sono in attesa di un altro intervento». Da paziente rivendica con forza il diritto a essere curata: «È inutile girarci intorno, il malato spera sempre di guarire, anche quandoun’illusione». E aggiunge: «Rabbrividisco all’idea che l’eutanasia del malato oncologico possa essere vista come esigenza sociale. Che differenza ci sarebbe rispetto ad Auschwitz?». Quello che più conta, conclude, «è accompagnare sempre i pazienti, sin dal momento della prima diagnosi».
(En.Ne.)

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